In Italia nessuna legge lo vieta, nessuna lo garantisce: decide l’azienda. Gli studi sullo stress sono incoraggianti ma ancora pochi, e funzionano solo a certe condizioni. Cosa sapere prima di chiedere al vostro capo di portare il cane al lavoro, e cosa deve prevedere un’azienda prima di dire sì.

In breve
In Italia non esiste una legge che regoli o vieti la presenza dei cani negli uffici: la decisione spetta al datore di lavoro, nel rispetto delle norme su salute e sicurezza. Il proprietario resta responsabile dei danni causati dal cane (art. 2052 del Codice Civile). Il primo studio quantitativo sul tema ha rilevato meno stress percepito nei dipendenti con il cane in ufficio, ma è uno studio piccolo e preliminare. Non tutti i cani sono adatti all’ufficio, e non tutti i colleghi sono d’accordo: servono regole scritte.

Nei Paesi anglosassoni le aziende “pet friendly” sono da tempo una realtà, e il tema sta arrivando anche in Italia: diverse imprese, comprese alcune grandi multinazionali, hanno aperto i propri uffici ai cani dei dipendenti, in modo permanente o in giornate prestabilite. Per chi vive con un cane e lavora fuori casa tutto il giorno è una prospettiva allettante: meno ore di solitudine per l’animale, nessun dog sitter da pagare. Ma funziona davvero? E cosa dice la legge?

Cosa dice la legge italiana

La risposta breve è: niente di specifico. In Italia non esiste una norma nazionale che disciplini la presenza dei cani nei luoghi di lavoro, né per consentirla né per vietarla. La scelta è lasciata all’azienda, che può ammettere i cani, escluderli o stabilire regole e limiti attraverso un regolamento interno.

Questo non significa che non ci siano regole. Entrano in gioco alcune norme generali:

  • La sicurezza dei lavoratori. L’articolo 2087 del Codice Civile impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti, e la normativa su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro gli chiede di valutare i rischi presenti. La presenza di animali è un fattore da considerare: per questo i cani sono esclusi, per esempio, dagli stabilimenti con lavorazioni pericolose e dagli ambienti sanitari, salvo i progetti di pet therapy.
  • La responsabilità per i danni. Secondo l’articolo 2052 del Codice Civile il proprietario risponde dei danni causati dal proprio animale, a meno che non dimostri il caso fortuito. Vale anche in ufficio: il collega morso, il computer rovesciato, la moquette rovinata. Per questo molte aziende chiedono al dipendente una polizza di responsabilità civile.
  • Le regole sulla conduzione dei cani. L’ordinanza del Ministero della Salute sulla tutela dall’aggressione dei cani stabilisce, tra l’altro, l’uso del guinzaglio nei luoghi aperti al pubblico e l’obbligo di avere con sé la museruola. Negli spazi aziendali aperti al pubblico, come negozi o sportelli, queste regole si applicano.
  • L’identificazione. Il cane deve essere dotato di microchip e iscritto all’anagrafe canina, come ovunque in Italia.

Cosa dicono gli studi

Il riferimento più citato è uno studio della Virginia Commonwealth University pubblicato nel 2012 sull’International Journal of Workplace Health Management, il primo a misurare in modo quantitativo l’effetto dei cani in ufficio. I ricercatori, guidati da Randolph Barker, hanno seguito per una settimana circa 75 dipendenti di un’azienda della Carolina del Nord dove ogni giorno erano presenti tra i 20 e i 30 cani, divisi in tre gruppi: chi portava il cane al lavoro, chi aveva un cane ma lo lasciava a casa, chi non aveva animali.

I risultati: al mattino il livello di stress percepito era simile nei tre gruppi. Nel corso della giornata, però, diminuiva per chi aveva il cane accanto e aumentava per gli altri due gruppi, tanto che a fine giornata chi aveva lasciato il cane a casa risultava significativamente più stressato. Un dettaglio interessante: nei giorni in cui gli stessi proprietari lasciavano il cane a casa, il loro stress saliva durante la giornata come quello degli altri.

Due cautele, che gli stessi autori sottolineavano. La prima: è uno studio preliminare, su un campione piccolo e in una sola azienda. La seconda: lo stress fisiologico, misurato con il cortisolo nella saliva, non mostrava differenze tra i gruppi. Il beneficio riguardava lo stress percepito, cioè quello che i dipendenti dichiaravano nei questionari.

Ricerche successive hanno confermato che dipendenti e manager tendono a percepire benefici dalla presenza dei cani in ufficio, ma uno studio di casi condotto in più aziende ha mostrato un punto importante: gli effetti positivi si verificano solo se l’azienda soddisfa alcune condizioni preliminari. Non basta aprire la porta.

Il benessere del cane: non tutti sono adatti

Un ufficio è un ambiente impegnativo per un cane: rumori, persone che vanno e vengono, telefoni, porte, ore di inattività in uno spazio ristretto. Prima di chiedere di portarlo, chiedetevi onestamente se il vostro cane è adatto.

  • Sì, probabilmente, se è adulto, tranquillo, socievole con persone sconosciute e altri cani, abituato a stare a lungo sdraiato su una cuccia, non abbaia per ogni rumore, ha imparato a fare i bisogni fuori e regge qualche ora senza uscire.
  • Meglio di no se è un cucciolo con bisogni frequenti, se è timoroso o reattivo con estranei e altri cani, se abbaia molto, se si agita negli ambienti nuovi, o se è anziano e soffre gli spostamenti.
  • Attenzione all’ansia da separazione: per un cane che soffre quando resta solo, l’ufficio può sembrare la soluzione, ma se un giorno non potrà venire il problema si ripresenterà più forte. Va affrontato con il veterinario, non aggirato.

In ufficio il cane ha bisogno di una cuccia in un angolo tranquillo, acqua sempre disponibile, pause regolari per uscire e la possibilità di ritirarsi quando è stanco. Non è un giocattolo per i colleghi: ha diritto di essere lasciato in pace.

I colleghi: il consenso che conta

Un ufficio è uno spazio condiviso. C’è chi ha allergie, chi ha paura dei cani, chi per motivi personali o culturali preferisce non averli intorno. Sono esigenze legittime quanto quelle di chi vorrebbe portare il proprio. Un’azienda che vuole aprire ai cani dovrebbe ascoltare tutti prima di decidere, e prevedere soluzioni: spazi senza animali, turni, aree dedicate.

Il regolamento: cosa dovrebbe prevedere un’azienda

Le aziende che accolgono i cani con successo hanno in comune regole scritte e chiare. Una buona policy dovrebbe indicare almeno:

  1. Requisiti del cane: microchip e iscrizione in anagrafe, vaccinazioni e trattamenti antiparassitari in regola, buona salute e pulizia, comportamento equilibrato. Alcune aziende prevedono un periodo di prova o un percorso di formazione per cane e proprietario.
  2. Assicurazione: una polizza di responsabilità civile del proprietario per i danni a terzi.
  3. Spazi: dove il cane può stare, dove no (mense, bagni, sale riunioni con clienti, magazzini), eventuali aree dedicate con acqua e possibilità di uscire.
  4. Regole di condotta: guinzaglio negli spazi comuni, nessun cane libero di girare, raccolta di eventuali bisogni.
  5. Numero massimo di cani presenti nello stesso giorno o nello stesso ambiente.
  6. Consenso dei colleghi e gestione delle allergie e delle paure.
  7. Cosa succede se qualcosa va storto: abbaio continuo, conflitti, incidenti. Chi decide, e quando il cane non può più venire.

Il primo giorno: come prepararsi

Se l’azienda dice sì, il primo giorno conta più di tutti gli altri: è quello in cui il cane si fa un’idea del nuovo ambiente e i colleghi si fanno un’idea del cane. Qualche accorgimento aiuta.

  • Una passeggiata lunga prima di entrare: un cane che ha camminato e annusato arriva più tranquillo.
  • Il kit: una cuccia o un tappetino che conosce già, una ciotola per l’acqua, il guinzaglio, i sacchetti, un masticabile sicuro che lo tenga occupato senza fare rumore.
  • Un’accoglienza graduale: niente giro di presentazioni con tutto l’ufficio. Lasciate che il cane esplori con calma la vostra postazione e che siano i colleghi interessati ad avvicinarsi, uno alla volta.
  • Giornate brevi all’inizio: se possibile, cominciate con mezze giornate e allungate solo se il cane è sereno.
  • Pause programmate: segnatevi in agenda le uscite, come fareste con una riunione. Un cane che aspetta troppo a lungo diventa irrequieto.
  • Un piano B: sappiate dove portarlo, o chi chiamare, se la giornata non va bene o se avete un impegno improvviso fuori sede.

Come chiederlo al proprio datore di lavoro

Se la vostra azienda non ha ancora una policy, presentatevi con una proposta, non con una richiesta. Spiegate perché il vostro cane è adatto, offrite un periodo di prova, dite che siete disposti a sottoscrivere un’assicurazione e a rispettare le regole, e suggerite di sentire prima i colleghi. Un no iniziale non è definitivo: molte aziende iniziano con una giornata all’anno o con un progetto pilota.

Domande frequenti

È legale portare il cane in ufficio in Italia?

Sì, se il datore di lavoro lo consente. Non esiste una legge che lo vieti né una che lo garantisca: decide l’azienda, nel rispetto delle norme su salute e sicurezza dei lavoratori.

Chi paga se il cane causa un danno in ufficio?

Il proprietario, secondo l’articolo 2052 del Codice Civile. Per questo è consigliabile, e spesso richiesta dalle aziende, una polizza di responsabilità civile.

Il cane in ufficio riduce davvero lo stress?

Il primo studio quantitativo, del 2012, ha rilevato una riduzione dello stress percepito nel corso della giornata tra chi aveva il cane accanto, ma nessuna differenza nel cortisolo. I risultati sono incoraggianti, ma preliminari.

Posso portare il cane se un collega è allergico?

Le esigenze dei colleghi vanno rispettate: una buona policy aziendale prevede soluzioni come spazi separati, aree senza animali o turni.

Un cane in ufficio funziona se funziona per tutti. Per il cane, per il proprietario e per i colleghi. Regole chiare sono il modo per far sì che sia una buona idea, e non una fonte di conflitti.

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