Il gatto è una delle cinque specie ammesse dalle linee guida italiane sugli interventi assistiti con gli animali. Ma cosa succede davvero in una seduta, quali benefici sono dimostrati e quali no, e come si tutela il benessere del gatto? Ecco la guida completa, basata sulle fonti ufficiali e sugli studi pubblicati.
| In breve In Italia la pet therapy si chiama ufficialmente Interventi Assistiti con gli Animali (IAA) ed è regolata dalle Linee guida nazionali approvate con l’Accordo Stato-Regioni del 25 marzo 2015. Il gatto è una delle cinque specie ammesse, insieme a cane, cavallo, asino e coniglio. Gli studi sulla pet therapy con i gatti sono ancora pochi e piccoli: i risultati sono promettenti, ma non ancora definitivi. Un progetto serio prevede un’équipe con un medico veterinario, animali adulti selezionati e il rispetto del benessere del gatto. |
Quando si pensa alla pet therapy viene in mente un cane in corsia d’ospedale, o un cavallo in un maneggio. Il gatto è meno visibile, ma non è un ospite abusivo: le regole italiane lo prevedono espressamente, e la ricerca sta cominciando a studiarlo con metodo. Proprio perché il tema suscita molte aspettative, vale la pena separare ciò che è dimostrato da ciò che è solo sperato. È quello che abbiamo cercato di fare in questa guida.
Cos’è la pet therapy (e perché in Italia si chiama IAA)
“Pet therapy” è l’espressione più usata, ma quella corretta in Italia è Interventi Assistiti con gli Animali, in sigla IAA. Il riferimento sono le Linee guida nazionali elaborate dal Centro di Referenza Nazionale per gli IAA, istituito nel 2009 presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, in collaborazione con il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, e approvate con l’Accordo Stato-Regioni del 25 marzo 2015. Le Regioni le hanno poi recepite con propri atti.
Le linee guida distinguono tre tipi di intervento, molto diversi tra loro:
| Tipo | A cosa serve | Esempio |
| Terapia Assistita con gli Animali (TAA) | Intervento a valenza terapeutica sui disturbi della sfera fisica, neuromotoria, cognitiva, emotiva e relazionale | Un percorso riabilitativo prescritto e seguito da un’équipe sanitaria |
| Educazione Assistita con gli Animali (EAA) | Promuovere le risorse e le potenzialità di crescita, relazione e inserimento sociale delle persone in difficoltà | Un progetto educativo in una scuola o in una comunità |
| Attività Assistita con gli Animali (AAA) | Migliorare la qualità della vita e favorire una corretta interazione tra persone e animali | Visite ricreative in una residenza per anziani |
La distinzione non è solo terminologica. Per le strutture che erogano TAA ed EAA è previsto un nulla osta delle autorità sanitarie, e gli interventi sono condotti da un’équipe multidisciplinare in cui è sempre presente un medico veterinario. Gli operatori formati e i centri riconosciuti sono iscritti negli elenchi nazionali della piattaforma Digital Pet, gestita dal Centro di Referenza Nazionale. Una semplice visita di un gatto in una casa di riposo, per quanto piacevole, rientra nelle attività (AAA), non nella terapia.
Il gatto può fare pet therapy? Sì, con regole precise
Le linee guida ammettono cinque specie domestiche capaci di instaurare relazioni sociali con le persone: cane, gatto, cavallo, asino e coniglio. Progetti con altre specie vanno valutati caso per caso dal Centro di Referenza Nazionale.
Non basta però che la specie sia ammessa: è il singolo animale a dover essere idoneo. Le linee guida prevedono che:
- gli animali siano adulti;
- le femmine non vengano impiegate durante il calore, l’allattamento o la gravidanza avanzata;
- non siano coinvolti animali con una storia recente di abbandono o maltrattamento, o ospitati in canili e rifugi, a meno che non abbiano seguito un percorso di rieducazione e socializzazione coordinato da un medico veterinario esperto;
- gli animali siano selezionati, preparati e costantemente monitorati dal punto di vista sanitario e comportamentale.
Perché proprio il gatto
La ricerca sulla pet therapy si è concentrata per decenni su cani e cavalli. Negli ultimi anni però diversi studiosi hanno sottolineato che il gatto ha molte delle caratteristiche che rendono un animale adatto a questi interventi. Un gruppo di ricercatori della Oregon State University, in uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Animals, le riassume così: i gatti sono animali socialmente flessibili, sono in grado di sviluppare legami di attaccamento con le persone e possono essere addestrati con il rinforzo positivo. Hanno anche vantaggi pratici: sono piccoli, vivono spesso in casa con noi e offrono occasioni di interazione frequenti e naturali.
C’è poi una questione di accessibilità. Non tutti possono o vogliono avvicinarsi a un cane o a un cavallo: c’è chi ne ha paura, chi ha difficoltà motorie e non potrebbe gestire un cane al guinzaglio, chi semplicemente vive con un gatto. Per queste persone, un intervento pensato intorno al gatto può essere l’unica porta d’accesso.
Cosa dice la scienza sulla pet therapy con i gatti
Qui serve onestà. La ricerca sugli interventi assistiti con gli animali in generale ha ancora limiti importanti: una revisione sistematica pubblicata nel 2014 su Complementary Therapies in Medicine, che ha analizzato 11 studi randomizzati controllati su specie diverse, gatto compreso, ha concluso che quegli studi erano di qualità relativamente bassa. Revisioni più recenti sulle persone con demenza descrivono gli interventi con animali come promettenti per depressione, agitazione e qualità della vita, ma sulla base di risultati in gran parte descrittivi. Sul gatto, in particolare, gli studi sono ancora pochi e piccoli.
Gli anziani in struttura
Uno degli studi più citati è quello di Stasi e colleghi, del 2004: 28 anziani ospiti di una residenza a lungo termine, con disabilità croniche legate all’età, divisi in due gruppi. Uno ha partecipato a sedute con i gatti, tre volte a settimana per sei settimane, l’altro ha seguito le normali attività. Nel gruppo con i gatti la pressione sistolica si è ridotta in modo significativo rispetto al gruppo di controllo; i sintomi depressivi sono migliorati, ma la differenza non era statisticamente significativa. Un segnale interessante, su un campione molto piccolo.
I bambini con disabilità dello sviluppo: il primo studio randomizzato sul gatto “attivo”
Lo studio più solido finora è anche il più recente. Nel luglio 2026 il gruppo di Monique Udell, della Oregon State University, ha pubblicato su Animals i risultati di un programma chiamato Cat-Assisted Training. Hanno partecipato 36 bambini e ragazzi tra gli 8 e i 17 anni con disabilità dello sviluppo, ciascuno con il proprio gatto di famiglia, assegnati per sorteggio al programma oppure a un gruppo di controllo in lista d’attesa. Il programma prevedeva sei incontri da 45 minuti, in cui i ragazzi imparavano a leggere il linguaggio del corpo del gatto e ad addestrarlo con i premi.
I risultati: presenza del 100% agli incontri; tra i partecipanti, la quota di ragazzi che dichiarava di insegnare cose nuove al proprio gatto è passata dal 44,4% al 94,4%, e quella di chi portava a passeggio il gatto dal 27,8% al 77,8%; è aumentata la partecipazione dei ragazzi alla cura dell’animale. Anche i gatti ne hanno beneficiato: subito dopo il programma cercavano di più la vicinanza del loro ragazzo e, a un anno di distanza, il numero di gatti con un attaccamento sicuro verso il ragazzo era aumentato in modo significativo, mentre nel gruppo di controllo non era cambiato nulla.
Gli stessi autori invitano alla prudenza: il campione è piccolo, i partecipanti sapevano di essere nel programma e parte dei risultati si basa su questionari compilati dai ragazzi. Lo presentano come una prima prova che i gatti possono essere partner attivi di questi interventi, da confermare con studi più ampi.
| Cosa possiamo dire, e cosa no Possiamo dire che il gatto è una specie riconosciuta per gli interventi assistiti in Italia, e che i primi studi mostrano risultati incoraggianti su anziani e ragazzi. Non possiamo dire che la pet therapy con i gatti curi una malattia o sostituisca una terapia. Diffidate di chi lo promette. |
Il benessere del gatto viene prima
Un intervento assistito funziona solo se funziona anche per l’animale. Il gatto è sensibile ai cambiamenti di ambiente e spesso diffidente verso ciò che è nuovo: per questo le condizioni in cui lavora contano moltissimo. Nello studio della Oregon State University gli incontri si svolgevano in stanze predisposte con nascondigli, tiragraffi e diffusori di feromoni; un ricercatore esperto di comportamento felino osservava costantemente il gatto e, ai primi segnali di stress, si abbassavano le luci, si offrivano altri rifugi o si concedeva una pausa. Il gatto poteva sempre scegliere se partecipare o no a un esercizio.
È lo stesso principio che guida le linee guida italiane: tutelare insieme la salute delle persone e il benessere dell’animale. C’è poi un aspetto sanitario da non trascurare. Una revisione sistematica sui benefici e i rischi degli interventi con gli animali riporta, tra gli altri, il caso di due gatti risultati positivi allo stafilococco resistente MRSA durante un’attività in ambito sanitario: è uno dei motivi per cui la presenza del veterinario e i controlli periodici non sono un dettaglio burocratico.
Come riconoscere un progetto serio
- È chiaro di che tipo di intervento si tratta: terapia, educazione o attività. Le terapie e gli interventi educativi richiedono un nulla osta sanitario.
- C’è un’équipe, con un medico veterinario e operatori formati, verificabili negli elenchi nazionali Digital Pet.
- Il gatto è adulto, selezionato e controllato, non preso a caso né appena arrivato da un rifugio senza un percorso adeguato.
- Ci sono obiettivi e verifiche: cosa si vuole ottenere, per chi, e come si misura se funziona.
- Il gatto può ritirarsi: ha un rifugio, pause, e nessuno lo costringe a restare in braccio.
- Nessuno promette guarigioni. Gli interventi assistiti affiancano le cure, non le sostituiscono.
E il gatto di casa?
Vivere con un gatto può essere una fonte reale di compagnia e benessere, ma non è pet therapy nel senso delle linee guida, e non va presentato come tale. Lo studio americano suggerisce però un’idea interessante: il legame con il gatto di famiglia può essere rafforzato con attività strutturate e rispettose, dal gioco all’addestramento con i premi, con vantaggi per entrambi. Se in casa c’è una persona fragile, un bambino o un anziano, chiedere consiglio al proprio veterinario o a un esperto in comportamento felino è il primo passo per costruire interazioni serene.
Domande frequenti
La pet therapy con i gatti funziona?
I primi studi mostrano risultati incoraggianti, per esempio sulla pressione arteriosa negli anziani in struttura e sulla relazione tra ragazzi con disabilità dello sviluppo e il loro gatto. Ma i campioni sono piccoli e la ricerca è ancora agli inizi: non ci sono prove che curi malattie.
Qualsiasi gatto può fare pet therapy?
No. Le linee guida italiane richiedono animali adulti, selezionati per salute e comportamento, esclusi i periodi di calore, allattamento e gravidanza avanzata, e con regole particolari per gli animali provenienti da rifugi.
Chi può fare pet therapy in Italia?
Gli interventi sono svolti da équipe multidisciplinari con operatori formati secondo le linee guida nazionali e un medico veterinario. Terapie e interventi educativi richiedono un nulla osta delle autorità sanitarie.
Il mio gatto può aiutare mio figlio o un nonno?
La compagnia del gatto di casa può fare bene, ma non è una terapia. Se volete un intervento vero e proprio, rivolgetevi a un centro riconosciuto; se volete migliorare la relazione in casa, partite dal rispetto dei tempi e dei segnali del gatto.
| La pet therapy funziona quando sta bene anche il gatto. Regole chiare, un’équipe preparata, un animale libero di dire no: è questo che distingue un intervento serio da una bella foto. |

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